Da anni le associazioni ambientaliste mondiali denunciano lo stato di degrado dei mari e degli oceani, a causa di un accumulo di rifiuti plastici che giacciono sui fondali e affiorano, in una piccola percentuale, in superficie.

È nota ai più, infatti, la presenza in alcune aree di vere e proprie “isole di plastica”, come il cosiddetto “Pacific Trash Vortex” nell’oceano Pacifico.

Secondo le stime elaborate da Greenpeace, sintetizzate in una grafica molto chiara, solo l’1% della plastica in mare emerge in superficie, rendendosi quindi visibile a tutti.

plastica in mare

Insomma, la plastica in mare è come un iceberg, quello che si vede è solo la punta di un problema molto più complesso, che minaccia gravemente la biodiversità e moltissime specie marine.

Plastica in mare: inciviltà, incuria e attività industriali

“8 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari del mondo e, entro il 2050, potrebbe esserci più plastica in mare che pesci.”

Questo è quello che si legge sul sito del WWF, l’associazione che da anni opera in difesa degli animali e dell’ambiente.

Le cause di questa situazione gravissima sono di natura antropica, perché è innegabile che la colpa della plastica in mare sia solo ed esclusivamente degli uomini e delle attività da essi svolti.

Oltre all’inciviltà di una parte della popolazione mondiale, che, incurante dell’ambiente che lo circonda, getta rifiuti in mare o in spiaggia, connesso al problema c’è l’impiego eccessivo di materiali plastici da parte delle industrie per la produzione di oggetti di largo consumo, ma soprattutto del monouso e degli imballaggi.

La diffusione della cultura dell’usa e getta ha provocato danni enormi all’ambiente, generando una mole di rifiuti incommensurabile, difficile (spesso impossibile) da riciclare in modo corretto.

La produzione di imballaggi in plastica ha subito, nel corso degli ultimi anni, una frenata, grazie a norme che vietano ad esempio l’utilizzo e la vendita di shopper non biodegradabili, ma tutto questo non è sufficiente.

Plastica in mare: le direttive dell’Unione Europea

L’impegno, virtuoso e encomiabile, delle associazioni ambientaliste per ripulire le spiagge e salvaguardare la vita delle specie marine va sostenuto, ma non basta.

È necessaria un’azione legislativa, che imponga divieti più severi a chi produce prodotti in plastica e riduca gli imballaggi, tra l’altro superflui nella maggior parte dei casi.

Non a caso la Commissione Europea, il 28 maggio 2018, ha diramato un comunicato stampa dal titolo molto chiaro: “Plastica monouso: nuove norme UE per ridurre i rifiuti marini”.

“Di fronte al costante aumento dei rifiuti di plastica negli oceani e nei mari e ai danni che ne conseguono, la Commissione europea propone nuove norme di portata unionale per i 10 prodotti di plastica monouso che più inquinano le spiagge e i mari d’Europa e per gli attrezzi da pesca perduti e abbandonati.”

Ecco quanto riportato nella parte iniziale del comunicato, nel quale si fa subito riferimento alla necessità di vietare e/o ridurre la produzione e la vendita di prodotti in plastica monouso, che rappresentano il questi il 70% dei rifiuti marini.

“La plastica è un materiale straordinario, che dobbiamo però usare in modo più responsabile. I prodotti di plastica monouso non sono una scelta intelligente né dal punto di vista economico né da quello ambientale, e le proposte presentate oggi aiuteranno le imprese e i consumatori a preferire alternative sostenibili. L’Europa ha qui l’opportunità di anticipare i tempi, creando prodotti che il mondo vorrà procurarsi nei decenni a venire e valorizzando le nostre preziose e limitate risorse. L’obiettivo per la raccolta delle bottiglie di plastica concorrerà anche a generare i volumi necessari a far prosperare il settore del riciclaggio.”

questa la dichiarazione di Jyrki Katainen, Vicepresidente responsabile per l’occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività.

Plastica in mare: quali sono i principali rifiuti marini

Abbiamo detto che il 70% della plastica in mare è composta da prodotti monouso, che tutti noi utilizziamo comunemente ogni giorno.

Quali sono i 10 rifiuti plastici monouso (SUP) che inquinano i nostri mari?

  1. Bottiglie di bevande, tappi e coperchi;
  2. mozziconi di sigaretta;
  3. cotton fioc;
  4. sacchetti di patatine e involucri di dolciumi;
  5. applicazioni sanitarie;
  6. sacchetti di plastica;
  7. posate, cannucce e agitatori per caffè;
  8. bicchieri per bevande e coperchi per tazze monouso;
  9. palloncini e bastoncini porta palloncini;
  10. contenitori per alimenti, compresi gli imballaggi per fast food.

Plastica in mare: misure da adottare

Il problema dell’inquinamento dei mari a causa dei rifiuti plastici non è di facile soluzione, ma è possibile evitare di peggiorare la situazione, consentendo un lento ma necessario processo di pulizia e di bonifica dei fondali.

Quello che bisogna fare, quindi, è ridurre la produzione e la vendita di prodotti plastici, sensibilizzare l’opinione pubblica e obbligare le industrie produttrici a prendere parte attivamente al processo di cambiamento.

Quali sono le misure da adottare? Eccone alcune:

  1. vietare la commercializzazione di prodotti plastici usa e getta;
  2. ridurre i consumi di prodotti monouso;
  3. imporre alle aziende di coprire i costi di gestione e bonifica dei rifiuti;
  4. fornire incentivi alle aziende per l’impiego di materiali alternativi meno inquinanti;
  5. imporre agli Stati di introdurre sistemi di deposito-cauzione per il recupero delle bottiglie monouso;
  6. indicare nelle etichette dei prodotti come smaltirli e quali sono i rischi per l’ambiente.

Ovviamente, oltre all’impegno di chi legifera e delle aziende produttrici, è necessario infondere una cultura del rispetto dell’ambiente in tutti i cittadini, che sono parte del problema e, di conseguenza, devono contribuire alla sua risoluzione.

Come?

Attraverso una riduzione dei consumi di prodotti monouso, una corretta raccolta differenziata e un impegno sul territorio, per sensibilizzare gli altri.