L’esofagite è una condizione medica caratterizzata da un’infiammazione della mucosa che riveste l’esofago.
Contrariamente a quanto si possa pensare, l’esofago non è affatto un semplice tubo di passaggio, ma una componente attiva e sofisticata del nostro apparato digerente, un canale muscolare che trasporta cibo e liquidi dalla bocca allo stomaco e che è dotato di propri meccanismi di difesa.
Quando questi meccanismi vengono sopraffatti da agenti aggressivi, come l’acido gastrico, si innesca il processo infiammatorio.
L’esofagite comporta gonfiore, infiammazione o irritazione dei tessuti esofagei, alterandone la normale funzionalità e integrità, e se non trattata adeguatamente, può evolvere verso problematiche più gravi e complesse.
Tra le possibili complicazioni di un’infiammazione cronica si annoverano la formazione di ulcere, sanguinamenti, la stenosi (un restringimento del canale esofageo che rende difficile la deglutizione) e l’Esofago di Barrett, una condizione precancerosa in cui le cellule della mucosa esofagea si trasformano, aumentando il rischio di tumore.
Per questo, una diagnosi accurata non si limita a constatare la presenza di una infiammazione, ma deve essere finalizzata all’individuazione della causa scatenante.
Indice dei contenuti
- Le diverse tipologie di esofagite
- Quali sono i sintomi dell’esofagite?
- 1. Sintomi tipici
- 2. Sintomi extra-esofagei e atipici
- 3. Sintomi nei bambini
- Cause principali e fattori di rischio
- Come si diagnostica l’esofagite?
- Trattamenti e opzioni terapeutiche
- 1. Terapia per l’esofagite da reflusso
- 2. Gestione delle forme allergiche (EoE) e infettive
- 3. Interventi fisici e chirurgici
- Dieta, prevenzione e stile di vita
- I falsi miti sull’alimentazione contro il reflusso
- Prevenzione
- Le possibili complicazioni dell’esofagite non trattata
- Domande Frequenti (FAQ)
Le diverse tipologie di esofagite
L’esofagite non è una singola malattia, ma un termine ombrello che comprende diverse condizioni con cause e meccanismi patogenetici distinti.
Le principali forme di esofagite sono:
- Esofagite da reflusso (MRGE): è la forma in assoluto più comune, causata dalla risalita del contenuto gastrico acido nell’esofago. Questa condizione, nota come Malattia da Reflusso Gastro-Esofageo (MRGE), si verifica quando i meccanismi che impediscono il passaggio retrogrado del contenuto dello stomaco perdono efficacia. L’esposizione prolungata all’acido danneggia la mucosa, provocando infiammazione, arrossamento e, nei casi più gravi, ulcere
- Esofagite eosinofila (EoE): si tratta di una patologia cronica immuno-mediata, legata a una risposta immunitaria ad antigeni, più comunemente di natura alimentare ma anche ambientale. La caratteristica distintiva è un denso infiltrato di globuli bianchi, chiamati eosinofili, nella parete dell’esofago. La diagnosi richiede una biopsia che mostri un numero ≥ 15 eosinofili per campo ad alto ingrandimento (HPF), escludendo al contempo altre cause di eosinofilia esofagea
- Esofagite infettiva: questa forma è provocata da agenti patogeni e si manifesta più frequentemente in soggetti con un sistema immunitario indebolito, come pazienti con HIV, cancro, diabete o sottoposti a trapianto d’organo. Gli agenti causali più comuni sono funghi come la Candida albicans e virus come l’Herpes Simplex (HSV) e il Citomegalovirus (CMV). Più raramente, può essere di origine batterica
- Esofagite iatrogena (da farmaci o radioterapia): le lesioni possono essere causate dal contatto prolungato della mucosa con determinati farmaci. Le capsule o le compresse assunte con poca acqua possono rimanere adese alla parete esofagea, rilasciando sostanze irritanti. I farmaci più comunemente implicati sono gli antinfiammatori non steroidei (FANS), alcuni antibiotici (come tetracicline e doxiciclina) e i bifosfonati. Un’altra causa iatrogena è la radioterapia al torace, utilizzata per il trattamento di tumori, che può danneggiare i tessuti esofagei
- Esofagite da sostanze caustiche: è una forma grave di danno esofageo che deriva dall’ingestione di acidi o basi forti, come la soda caustica contenuta in alcuni detersivi. L’ingestione è spesso accidentale nei bambini e talvolta volontaria (a scopo autolesionistico) negli adulti. Queste sostanze causano necrosi dei tessuti e possono portare a complicazioni severe e immediate
Nonostante le diverse cause, i sintomi delle varie forme di esofagite possono spesso sovrapporsi, rendendo cruciale un’attenta valutazione clinica e diagnostica per un corretto inquadramento.
Quali sono i sintomi dell’esofagite?
Le manifestazioni dell’esofagite possono essere suddivise in sintomi tipici, che orientano immediatamente il sospetto clinico verso una patologia esofagea, e sintomi atipici o extra-esofagei, che possono essere più subdoli e facilmente confusi con problematiche di altra natura, come quelle respiratorie o cardiache.
1. Sintomi tipici
I disturbi più frequenti e caratteristici, in particolare dell’esofagite da reflusso, includono:
- pirosi retrosternale: è il classico bruciore di stomaco che si localizza dietro lo sterno e che tende a risalire verso la gola. Tipicamente, compare dopo i pasti e può peggiorare durante la notte o in posizione sdraiata;
- rigurgito acido: consiste nella percezione della risalita di liquido amaro o acido dallo stomaco fino alla bocca, non accompagnato da nausea o contrazioni addominali come nel vomito;
- disfagia e odinofagia: è fondamentale distinguere questi due sintomi. La disfagia è la sensazione di blocco o difficoltà nel passaggio del cibo, come se facesse fatica a scendere. L’odinofagia è invece un dolore acuto e distinto che si avverte durante l’atto stesso della deglutizione. Sebbene possano coesistere, la loro specificità aiuta a orientare la diagnosi: una odinofagia a insorgenza improvvisa è un sintomo chiave dell’esofagite da farmaci, mentre la disfagia e l’arresto del cibo (bolo alimentare) sono manifestazioni tipiche dell’esofagite eosinofila (EoE) negli adulti.
2. Sintomi extra-esofagei e atipici
L’infiammazione e la risalita di materiale acido possono interessare anche le vie aeree superiori, causando manifestazioni che non coinvolgono direttamente l’esofago, tra cui le seguenti:
- tosse cronica, spesso secca e persistente;
- raucedine e alterazioni della voce;
- laringite, faringite o mal di gola ricorrenti;
- dolore toracico non di origine cardiaca, che a volte può essere così intenso da essere confuso con un attacco di cuore.
3. Sintomi nei bambini
Nei neonati e nei bambini, i sintomi possono essere meno specifici e includere:
- rifiuto del cibo e difficoltà di alimentazione;
- vomito;
- dolore addominale o toracico;
- ritardo nella crescita e perdita di peso.
Cause principali e fattori di rischio
L’integrità della mucosa esofagea dipende da un delicato equilibrio tra fattori aggressivi (acido, pepsina, secrezioni biliari e pancreatiche) e difensivi (come la secrezione salivare, la secrezione di muco e bicarbonati e l’impermeabilità della mucosa stessa).
L’esofagite, in particolare nella sua forma più comune da reflusso, deriva da un’alterazione di questo equilibrio. Diversi elementi, che vanno dalle disfunzioni anatomiche agli stili di vita, possono contribuire a questo squilibrio, aumentando la probabilità di sviluppare l’infiammazione.
I principali sono i seguenti:
- meccanismi fisiopatologici: la causa principale del reflusso è un malfunzionamento dello sfintere esofageo inferiore (SEI), una valvola muscolare situata tra esofago e stomaco. In condizioni normali, questo sfintere si apre per far passare il cibo e si richiude per impedire la risalita del contenuto gastrico. Quando la sua funzione è alterata, lo sfintere si rilascia in modo inappropriato o rimane indebolito, permettendo il reflusso;
- fattori anatomici: la presenza di un’ernia iatale, una condizione in cui una parte dello stomaco risale nel torace attraverso un’apertura nel diaframma, può favorire significativamente lo sviluppo del reflusso gastroesofageo, alterando la normale anatomia della giunzione tra esofago e stomaco;
- stili di vita e comorbidità: diverse abitudini e condizioni possono aumentare il rischio di esofagite:
- sovrappeso e obesità: l’eccesso di peso aumenta la pressione all’interno dell’addome, spingendo il contenuto dello stomaco verso l’alto e favorendo il reflusso;
- fumo di sigaretta e consumo di alcol: entrambi hanno un effetto irritante diretto sulla mucosa esofagea e possono indebolire la tenuta dello sfintere esofageo inferiore;
- assunzione di farmaci specifici: alcuni medicinali sono noti per causare danno esofageo diretto o per favorire il reflusso. Tra questi vi sono i FANS (farmaci antinfiammatori non steroidei), alcuni antibiotici, i bifosfonati (usati per l’osteoporosi) e le compresse di potassio.
Come si diagnostica l’esofagite?
Il percorso diagnostico per l’esofagite è un processo investigativo essenziale volto a confermare la presenza dell’infiammazione, a identificarne la causa specifica (reflusso, allergia, infezione, etc.) e a valutarne la gravità.
I principali esami diagnostici utilizzati sono:
- endoscopia digestiva (EGDS): questo esame, noto anche come gastroscopia, è lo strumento fondamentale per la diagnosi. Consiste nell’inserimento di un tubo sottile e flessibile con una telecamera (endoscopio) attraverso la bocca per visualizzare direttamente le pareti dell’esofago, dello stomaco e del duodeno. L’EGDS permette di rilevare la presenza di arrossamento, gonfiore, ulcere, essudati biancastri (tipici dell’esofagite eosinofila o da Candida) o altre anomalie;
- biopsia ed esame istologico: durante l’endoscopia, è possibile prelevare piccoli campioni di tessuto (biopsie) dalla mucosa esofagea. L’analisi al microscopio di questi campioni (esame istologico) è cruciale per una diagnosi definitiva. Per l’esofagite eosinofila, la biopsia è indispensabile: a causa della distribuzione dell’infiltrazione “a carta geografica” (patchy), è necessario prelevare almeno 4 campioni sia dall’esofago prossimale che da quello distale per confermare la diagnosi. L’esame istologico è inoltre fondamentale per identificare agenti infettivi o per escludere condizioni più gravi come l’Esofago di Barrett;
- monitoraggio funzionale (pH-metria e manometria): quando l’endoscopia è normale ma i sintomi di reflusso persistono, si ricorre a esami funzionali. La pH-metria (o pH-impedenziometria) delle 24 ore misura la frequenza e la durata degli episodi di reflusso acido (e non acido) nell’esofago. La manometria esofagea valuta la motilità dell’esofago e la funzionalità dello sfintere esofageo inferiore;
- radiografia con mezzo di contrasto: questo esame radiologico, in cui il paziente beve un liquido di contrasto a base di bario, è utile per identificare anomalie strutturali come stenosi (restringimenti), anelli o ernie iatali. Viene spesso utilizzato come primo esame in pazienti che presentano difficoltà a deglutire (disfagia).
I risultati combinati di questi esami guidano lo specialista nella scelta delle opzioni terapeutiche più appropriate per il singolo paziente.
Trattamenti e opzioni terapeutiche
L’approccio terapeutico all’esofagite è altamente personalizzato e dipende direttamente dalla causa scatenante identificata durante il percorso diagnostico.
Le strategie spaziano dalla terapia farmacologica alle modifiche dello stile di vita, fino a procedure endoscopiche o, in casi selezionati, interventi chirurgici.
1. Terapia per l’esofagite da reflusso
Il trattamento mira principalmente a ridurre l’acidità gastrica per permettere alla mucosa esofagea di cicatrizzare e per controllare i sintomi.
Le opzioni più comuni sono:
- inibitori di Pompa Protonica (IPP): rappresentano il cardine della terapia medica. Farmaci come l’omeprazolo e i suoi derivati agiscono riducendo in modo potente e prolungato la produzione di acido da parte dello stomaco, favorendo così la cicatrizzazione delle lesioni esofagee e la risoluzione dei sintomi;
- antiacidi e formulazioni a base di alginato: gli antiacidi forniscono un sollievo rapido ma temporaneo. Le formulazioni con alginati hanno un meccanismo d’azione più sofisticato: creano una barriera meccanica che galleggia sul contenuto gastrico. Questa zattera neutralizza o sposta la cosiddetta “tasca acida”, una zona di acido non tamponato dal cibo che si forma dopo i pasti vicino alla giunzione gastro-esofagea e che rappresenta una delle principali fonti del reflusso.
2. Gestione delle forme allergiche (EoE) e infettive
Queste forme richiedono un approccio mirato alla causa specifica dell’infiammazione.
Nel dettaglio:
- prima linea per l’Esofagite Eosinofila (EoE): contrariamente a quanto si potrebbe pensare, le linee guida più recenti (SIGE) indicano come primo approccio terapeutico un ciclo di 8 settimane con Inibitori di Pompa Protonica (IPP) ad alte dosi. Un sottogruppo significativo di pazienti, definito con “esofagite eosinofila responsiva agli IPP” (PPI-REE), ottiene una completa remissione sia dei sintomi che dell’infiammazione. Questa entità è oggi considerata parte dello spettro clinico della EoE;
- diete di eliminazione e corticosteroidi topici: se la terapia con IPP fallisce, si procede con altre opzioni per l’EoE. Le diete di eliminazione, che escludono allergeni comuni (latte, grano, uova, soia, ecc.), possono portare alla risoluzione. I corticosteroidi topici (fluticasone, budesonide), deglutiti e non inalati, esercitano un’azione antinfiammatoria locale sulla mucosa esofagea;
- terapie antifungine o antivirali: in caso di esofagite infettiva, la terapia è mirata a eradicare l’agente patogeno responsabile, utilizzando farmaci specifici come fluconazolo per la Candida o aciclovir per l’Herpes.
3. Interventi fisici e chirurgici
In determinate situazioni, possono essere necessarie procedure più invasive, come le seguenti:
- dilatazione esofagea: in presenza di una stenosi (restringimento) dell’esofago, che causa difficoltà a deglutire, si può eseguire una procedura endoscopica per allargare meccanicamente il lume del viscere;
- chirurgia antireflusso (fundoplicatio): questa opzione chirurgica viene presa in considerazione per i casi di reflusso gastroesofageo grave e refrattari alla terapia medica ottimale, creando una nuova barriera antireflusso.
Parallelamente a queste terapie, le modifiche alla dieta e allo stile di vita rappresentano un pilastro fondamentale per la gestione a lungo termine della malattia.
Dieta, prevenzione e stile di vita
Il paziente gioca un ruolo attivo e cruciale nella gestione e prevenzione dell’esofagite, in particolare quella da reflusso, attraverso modifiche consapevoli delle proprie abitudini quotidiane.
Un corretto stile di vita può ridurre significativamente la frequenza e l’intensità dei sintomi, diminuire la necessità di farmaci e prevenire le recidive.
I principali consigli, basati sull’evidenza scientifica, sono i seguenti:
- elevare la testata del letto di circa 10-15 cm, utilizzando spessori sotto le gambe del letto o un cuscino a cuneo sotto il materasso. Questa semplice misura sfrutta la gravità per ridurre il reflusso notturno;
- attendere almeno 3-4 ore dopo cena prima di coricarsi. Andare a letto a stomaco pieno aumenta la probabilità di reflusso;
- evitare abiti stretti che aumentano la pressione sull’addome;
- fare pasti piccoli e frequenti anziché pasti abbondanti, per evitare di riempire eccessivamente lo stomaco;
- si raccomanda di ridurre il consumo di cibi che comunemente possono peggiorare i sintomi in alcuni individui, come cibi molto grassi o fritti, cioccolato, caffeina e bevande alcoliche. Questi alimenti possono rilassare lo sfintere esofageo inferiore o aumentare l’acidità.
I falsi miti sull’alimentazione contro il reflusso
In passato, venivano consigliate diete di esclusione standardizzate, eliminando cibi come agrumi e pomodoro. Tuttavia, come sottolineato dalla Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE), non esistono alimenti “trigger” universali la cui eliminazione sia supportata da forte evidenza scientifica per tutti i pazienti.
L’approccio moderno è infatti personalizzato: si raccomanda al singolo individuo di identificare i cibi che scatenano i propri sintomi e di ridurne il consumo, piuttosto che applicare restrizioni generalizzate.
Prevenzione
Le principali misure preventive per ridurre il rischio di esofagite da reflusso sono:
- mantenere un peso corporeo sano: la perdita di peso, anche solo del 10%, nei soggetti in sovrappeso può portare a un significativo miglioramento dei sintomi;
- non fumare: il fumo è un fattore di rischio accertato;
- moderare il consumo di alcol.
Adottare queste abitudini non solo aiuta a gestire l’esofagite, ma contribuisce anche al benessere generale.
Le possibili complicazioni dell’esofagite non trattata
Un’infiammazione cronica e non adeguatamente trattata dell’esofago non è una condizione da sottovalutare. Nel tempo, il danno continuo alla mucosa può evolvere in condizioni più serie, che alterano in modo permanente la struttura e la funzione dell’organo, aumentando il rischio di patologie più gravi.
Le principali complicazioni dell’esofagite cronica sono:
- stenosi esofagea: l’infiammazione prolungata può portare alla formazione di tessuto cicatriziale, che causa un restringimento del lume dell’esofago. Questa condizione, nota come stenosi, rende il passaggio del cibo progressivamente più difficile, manifestandosi con una difficoltà nella deglutizione (disfagia) che peggiora nel tempo, soprattutto per i cibi solidi;
- esofago di Barrett: è una delle complicanze più serie del reflusso cronico. Consiste in una trasformazione (metaplasia) delle cellule che normalmente rivestono la parte inferiore dell’esofago in cellule di tipo intestinale. È come se, per proteggersi dalle continue aggressioni dell’acido, la mucosa esofagea cambiasse “armatura”, sostituendo le sue cellule normali con altre più resistenti, simili a quelle dell’intestino. Nonostante questa nuova armatura sia più protettiva, è anche un terreno fertile che, nel tempo, aumenta il rischio di trasformazione tumorale, ovvero di sviluppare un adenocarcinoma dell’esofago;
- ulcerazioni ed emorragie: l’infiammazione cronica può erodere la mucosa fino a formare lesioni profonde e aperte, chiamate ulcere. Queste ulcere possono causare dolore intenso e, se raggiungono i vasi sanguigni sottostanti, possono provocare sanguinamento. Il sanguinamento può essere lieve e cronico o, più raramente, acuto e grave.
Domande Frequenti (FAQ)
L’esofagite è un’infiammazione o irritazione della mucosa dell’esofago, il condotto muscolare che trasporta cibo e liquidi dalla bocca allo stomaco. Si manifesta quando i tessuti interni vengono danneggiati da fattori quali la risalita di acidi gastrici (reflusso), infezioni virali o fungine, allergie alimentari o il contatto prolungato con determinati farmaci.
Le forme più comuni includono l’esofagite da reflusso, causata dai succhi gastrici, e l’esofagite eosinofila, di origine allergica. Altre tipologie rilevanti sono l’esofagite infettiva (frequente in chi ha difese immunitarie ridotte), quella iatrogena indotta da farmaci o radioterapia, e quella causata dall’ingestione di sostanze caustiche.
L’esofagite eosinofila è una patologia cronica immuno-mediata in cui globuli bianchi specifici (eosinofili) si accumulano nell’esofago in risposta ad allergeni alimentari o ambientali. A differenza di quella da reflusso, non dipende dall’acido gastrico e spesso non migliora con i comuni farmaci antiacido, richiedendo diete specifiche o terapie steroidee locali.
Questa infiammazione può essere provocata da farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) come l’aspirina e l’ibuprofene, o da antibiotici come le tetracicline. Altri responsabili comuni sono i bisfosfonati per l’osteoporosi, il cloruro di potassio e alcuni medicinali per il cuore, specialmente se assunti con poca acqua prima di coricarsi.
I segnali più diffusi sono il bruciore toracico (pirosi) dietro lo sterno, il rigurgito di liquido acido o amaro e il dolore durante la deglutizione. Possono comparire anche mal di gola, raucedine, tosse secca e la sensazione che il cibo si blocchi nel petto dopo aver mangiato.
La disfagia è la difficoltà oggettiva nel deglutire i cibi, che vengono percepiti come incastrati lungo il percorso verso lo stomaco. È considerata un sintomo d’allarme poiché può indicare un restringimento dell’esofago (stenosi) dovuto a cicatrici o complicazioni più gravi che richiedono accertamenti immediati.
Sì, l’infiammazione dell’esofago può causare un dolore al petto molto intenso, di tipo costrittivo o urente, che simula un attacco cardiaco. Poiché la distinzione non è sempre possibile sulla base della sola sensazione, in presenza di forti dolori toracici è fondamentale escludere tempestivamente una causa cardiaca tramite consulto medico.
Si tratta di una complicazione del reflusso cronico in cui le cellule della mucosa cambiano aspetto per resistere all’acido, diventando simili a quelle dell’intestino. Viene monitorato attentamente tramite endoscopia perché è considerato una lesione precancerosa che può evolvere, col tempo, in un adenocarcinoma esofageo.
Spesso l’Esofago di Barrett non causa sintomi propri, ma si sviluppa silenziosamente dopo anni di reflusso non curato. Segnali che devono indurre cautela sono il peggioramento della difficoltà a deglutire, il vomito frequente (anche con tracce di sangue) e una perdita di peso inspiegabile, che suggeriscono danni strutturali profondi.
L’esame di riferimento è l’endoscopia digestiva (gastroscopia), che permette al medico di osservare direttamente la mucosa tramite un sottile tubo flessibile dotato di telecamera. Questo test è essenziale per individuare arrossamenti, ulcere o restringimenti e per prelevare piccoli campioni di tessuto per l’esame istologico.
È un sistema utilizzato dai medici per descrivere la gravità delle lesioni (erosioni) riscontrate durante la gastroscopia. I gradi A e B indicano infiammazioni lievi o moderate, mentre i gradi C e D segnalano lesioni più estese che coprono gran parte della circonferenza dell’esofago e richiedono terapie più intensive.
La biopsia si esegue per confermare la diagnosi di esofagite eosinofila o infettiva e per analizzare alterazioni cellulari sospette, come nell’Esofago di Barrett. Viene inoltre effettuata se i sintomi persistono nonostante la terapia o se si sospetta un’esofagite microscopica non visibile a occhio nudo.
I farmaci di prima scelta sono gli inibitori della pompa protonica (IPP), come l’omeprazolo, che riducono drasticamente la produzione di acido gastrico. Possono essere associati ad alginati e antiacidi, che formano una barriera protettiva fisica sopra il contenuto dello stomaco per impedirne la risalita.
Si consiglia di limitare cibi molto grassi, cioccolato, menta, alcol, caffeina e spezie piccanti, che possono irritare la mucosa o rilassare la valvola tra esofago e stomaco. È importante che ogni persona identifichi i propri alimenti “trigger” specifici, poiché la tolleranza verso cibi come pomodoro o agrumi può variare molto da individuo a individuo.
È d’aiuto fare pasti piccoli e frequenti, evitare di sdraiarsi subito dopo mangiato e sollevare la testata del letto di circa 10-15 cm. Altre misure fondamentali includono la riduzione del peso corporeo in caso di sovrappeso, la sospensione del fumo e l’evitare indumenti o cinture troppo stretti sull’addome.
Nella maggior parte dei casi, l’esofagite guarisce completamente se la causa viene identificata e trattata correttamente. Tuttavia, se legata a condizioni croniche come il reflusso gastroesofageo o l’esofagite eosinofila, può richiedere una gestione prolungata o cambiamenti permanenti nello stile di vita per evitare recidive.
L’infiammazione persistente può causare ulcere dolorose, sanguinamenti e lo sviluppo di tessuto cicatriziale che restringe il canale esofageo (stenosi). A lungo termine, aumenta sensibilmente il rischio di trasformazioni precancerose della mucosa e, sebbene raramente, di tumore dell’esofago.
Sì, esiste una forte correlazione: l’acidità che risale può irritare i nervi dell’esofago o essere inalata accidentalmente, scatenando crisi asmatiche o tosse cronica. Di contro, le difficoltà respiratorie e alcuni farmaci usati per l’asma possono indebolire la valvola esofagea, favorendo a loro volta il reflusso.

