La fibromialgia è stata a lungo una patologia invisibile, ma oggi la scienza ci permette di riconoscerla come una condizione clinica complessa e profondamente invalidante che richiede non solo farmaci, ma una vera alleanza terapeutica.
Nonostante rientri nell’elenco delle malattie rare, è alquanto diffusa. Secondo i dati forniti dalla AISF – Associazione Italiana Sindrome Fibromialgica e dalla ANMAR – Associazione Nazionale Malati Reumatici, in Italia la fibromialgia colpisce tra 1,5 e 4 milioni di persone, con una prevalenza femminile del 9.45:1 (con una netta concentrazione tra i 40 e i 60 anni).
Questa statistica sta però leggermente mutando, grazie a nuovi criteri diagnostici più inclusivi per il sesso maschile.
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Cos’è la fibromialgia
La fibromialgia è un reumatismo extra-articolare dei tessuti molli, caratterizzato da dolore muscolo-scheletrico cronico e diffuso.
Formalmente riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Dichiarazione di Copenhagen), la sindrome è codificata a livello internazionale con i codici ICD-9 (729.0) e il più recente ICD-10 (M79.0) come “reumatismo non specifico”.
Nonostante il dolore possa essere percepito vicino alle giunture, non è un’artrite, non produce infiammazione articolare classica né deformità ossee.
Oggi, infatti, la fibromialgia viene definita come una “sindrome da sensibilizzazione centrale”.
Cosa vuol dire? Proviamo a spiegarlo attraverso una analogia, prendendo come esempio quello di un amplificatore audio: nel paziente fibromialgico, il volume del dolore è bloccato al massimo a causa di un’alterazione della centralina di controllo situata nel cervello (in particolare nell’insula e nella “pain matrix”).
Semplificando al massimo, si avverte un dolore atroce anche quando è oggettivamente lieve o inesistente.
Un aspetto rivoluzionario emerso dalla ricerca (sistema IRS – Inflammatory Response System) è che, pur non essendoci infiammazione visibile agli esami standard, esiste una infiammazione neurogenica. Livelli elevati di citochine pro-infiammatorie (come IL-1, IL-6, IL-8 e TNF-α) suggeriscono un’attivazione cronica del sistema immunitario che contribuisce a mantenere il sistema nervoso in uno stato di allerta perenne.
Come riconoscere i sintomi della fibromialgia
Il quadro clinico è un mosaico di disturbi che possono variare di intensità quotidianamente, influenzati da stress, clima (freddo e umidità) e persino stimoli sonori.
- dolore cronico diffuso: il dolore è tipicamente profondo, migrante e bruciante. Non è confinato ai soli muscoli: il paziente sperimenta allodinia (dolore per stimoli innocui, come il tocco dei vestiti) e iperalgesia (risposta eccessiva a stimoli lievemente dolorosi);
- astenia, sonno e mancato recupero muscolare: l’affaticamento cronico colpisce il 90% dei casi. Il problema risiede nell’anomalia alfa-delta del sonno: il cervello subisce bruschi risvegli verso il sonno superficiale proprio quando dovrebbe entrare nella fase profonda. Questo corto circuito impedisce il rilascio del GH (Ormone della Crescita), essenziale per la riparazione dei microtraumi muscolari quotidiani. Il risultato è una sensazione di “ossa rotte” già al risveglio;
- “fibro-fog” e disturbi cognitivi: la “nebbia mentale” si manifesta con perdita di memoria a breve termine, difficoltà di concentrazione e rallentamento dei processi logici. Non è un declino cognitivo permanente, ma un sintomo dell’estremo carico di elaborazione che il cervello deve sostenere per gestire il dolore costante;
- sindromi da sensibilità centrale (Overlap): piuttosto che sintomi associati, sarebbe più corretto parlare di una sovrapposizione di patologie che condividono la stessa fisiopatologia della sensibilità centrale, tra cui le seguenti:
- Colon Irritabile (IBS) e disturbi digestivi
- Cefalea muscolo-tensiva e disturbi temporo-mandibolari
- Parestesie (formicolii) e sindrome delle gambe senza riposo
- Disturbi vescicali (urgenza minzionale, dolore pelvico)
- Alterazioni dell’umore (ansia e depressione), spesso reattive alla cronicità della malattia
Cause e fattori di rischio
La causa della fibromialgia è multifattoriale, un intreccio tra genetica e ambiente che altera i percorsi neurochimici.
A livello del sistema nervoso centrale, osserviamo un caos biochimico, caratterizzato da:
- eccesso di promotori del dolore: sostanza P, glutammato e NGF (Nerve Growth Factor), che aumentano la sensibilità dei nervi;
- carenza di inibitori: riduzione di Serotonina, Noradrenalina, GABA e dei cannabinoidi endogeni, i nostri naturali smorzatori del dolore.
L’insorgenza segue spesso un evento traumatico (fisico o psichico) o infezioni virali che agiscono come trigger su una base genetica predisposta (polimorfismi dei sistemi dopaminergico e serotoninergico).
Come si diagnostica
Essendo una diagnosi esclusivamente clinica, il medico deve essere meticoloso. In Italia, occorrono mediamente 2 anni per arrivare alla certezza diagnostica (Fonte).
Nel corso degli anni, si è registrata una evoluzione dei criteri diagnostici:
- Criteri ACR 1990: si basavano sui 18 tender points. Oggi sappiamo che questo metodo era sbilanciato a favore delle donne, poiché gli uomini presentano una maggiore resilienza biologica (soglia di pressione più alta) alla palpazione dei punti dolorosi
- Criteri Wolfe (2010/2016): attualmente si utilizzano il Widespread Pain Index (WPI) e la Symptom Severity Scale (SSS). Questo approccio valuta la diffusione del dolore e la severità dei sintomi sistemici (sonno, fatica, cognizione), rendendo la diagnosi più accurata anche per i pazienti uomini
È fondamentale escludere tramite esami (Emocromo, PCR) patologie come ipotiroidismo, artrite reumatoide o lupus. La frontiera della ricerca si sta spostando sulla Proteomica Salivare: l’individuazione di futuri biomarcatori nella saliva promette di rendere la diagnosi oggettiva e rapida.
Come intervenire
Purtroppo, non esiste una cura definitiva, ma una gestione integrata che mira a restituire qualità alla vita, basata su:
- regola delle 4 C: il paziente deve diventare esperto della propria condizione seguendo la regola delle 4 C, ovvero Conoscere, Condividere, Curare, Controllare. Si utilizzano scale di valutazione come il FIQ (Fibromyalgia Impact Questionnaire) per permettere al paziente di misurare e controllare i propri progressi oggettivamente;
- attività Fisica Adattata (AFA): il movimento è la terapia non farmacologica più potente. Si raccomanda esercizio aerobico a basso impatto e idrochinesiterapia in acqua calda (32°C), che sfrutta l’effetto antigravitazionale per rilassare lo spasmo muscolare senza causare riacutizzazioni;
- supporto psicologico: la terapia cognitivo-comportamentale è essenziale per sviluppare strategie di coping (o adattamento), aiutando a gestire il catastrofismo e il decondizionamento fisico;
- trattamento farmacologico mirato: si utilizzano molecole che agiscono centralmente, come le seguenti:
- Duloxetina e Amitriptilina, per potenziare le vie che inibiscono il dolore
- Pregabalin, per limitare l’eccitabilità dei neuroni
- Tapentadol (MOR-NRI), un farmaco di nuova generazione che agisce come agonista dei recettori mu-oppioidi e inibitore della ricaptazione della noradrenalina. La sua efficacia risiede nel fatto che non necessita di attivazione metabolica, garantendo una risposta più diretta
- Cortisonici e oppioidi classici sono generalmente inefficaci o sconsigliati per il rischio di dipendenza e il cosiddetto “effetto paradosso” (iperalgesia)
- nutrizione specifica: il controllo del BMI è cruciale per ridurre il carico meccanico e l’infiammazione sistemica. In genere, si consiglia di:
- Consumare 5 pasti al giorno per mantenere stabile il metabolismo
- Privilegiare cereali integrali e cibi ricchi di antiossidanti
- Evitare alcolici, zuccheri semplici e grassi saturi
La sindrome non è mortale né degenerativa. Tuttavia, richiede una strategia terapeutica su misura. La speranza è concreta: con l’approccio multidisciplinare, il ritorno a una vita piena e attiva è un obiettivo raggiungibile.
Domande frequenti (FAQ)
È una sindrome cronica caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico diffuso, affaticamento costante (astenia) e disturbi del sonno. Colpisce i tessuti molli (muscoli, tendini e legamenti) ma non è una forma di artrite e non causa deformità articolari.
La diagnosi è esclusivamente clinica e si basa sui sintomi riferiti dal paziente e sulla storia medica. Non esistono esami di laboratorio o radiologici specifici; questi test servono solo per escludere altre patologie con sintomi simili.
La causa esatta è ignota, ma si ipotizza un’origine multifattoriale legata alla sensibilizzazione centrale. Il sistema nervoso amplifica la percezione del dolore, spesso in seguito a eventi stressanti, traumi fisici o psichici o predisposizione genetica.
No, la fibromialgia ha una prognosi benigna: non è fatale e non è progressiva o degenerativa. Tuttavia, il dolore cronico e la stanchezza possono essere molto invalidanti, impattando pesantemente sulle attività quotidiane e sulla qualità della vita.
L’approccio deve essere multidisciplinare e personalizzato, combinando educazione del paziente, attività fisica aerobica (come camminare o nuoto), supporto psicologico e terapie farmacologiche mirate a migliorare il sonno e ridurre la percezione del dolore.
