Purtroppo, come spesso accade nel nostro Paese, c’è scarsa informazione sulle tematiche ambientali, se non a livello molto superficiale e l’argomento fanghi di depurazione non fa eccezione

Sono in pochi, infatti, ad essere a conoscenza della natura dei fanghi di depurazione, di come vengono prodotti, trattati e utilizzati, ad esempio nell’agricoltura. 

Sì, perché una delle applicazioni dei fanghi di depurazione consiste proprio nell’impiego nell’agricoltura come fertilizzante, a patto che si rispettino determinati requisiti finalizzati alla riduzione o eliminazione, al loro interno, di sostanze potenzialmente tossiche. 

A livello normativo, sono due i testi a cui si fa riferimento quando si parla di fanghi di depurazione, precisamente il D. Lgs n.152 del 2006 e il D. Lgs 99/1992

Approfondiamo insieme l’argomento. 

Cosa sono i fanghi di depurazione

Iniziamo dalla definizione di fanghi di depurazione, che ci consente di comprenderne la natura. 

In tal senso, ci viene in soccorso l’articolo 2 del Decreto Legislativo 99/1992, nel quale si legge che si intendono per fanghi i residui derivanti dai processi di depurazione delle acque reflue.

I fanghi di depurazione costituiscono, quindi, il principale residuo dei trattamenti depurativi – soprattutto dei processi di sedimentazione – e in essi si concentrano gli inquinanti rimossi dalle acque reflue. 

In poche parole, quando si depurano le acque reflue – ovvero gli scarichi – ciò che viene estratto consiste nei fanghi di depurazione, composto da tutte quelle sostanze, organiche ed inorganiche, che rendono le acque non utilizzabili. 

Secondo l’articolo 74 del Dlgs 152/2006, le acque reflue si dividono in

  • acque reflue domestiche: acque reflue provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche;
  • acque reflue industriali: qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici o installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, intendendosi per tali anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento;
  • acque reflue urbane: il miscuglio di acque reflue domestiche, di acque reflue industriali e/o di quelle meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie, anche separate e, provenienti da agglomerato.

L’articolo 127 del succitato decreto legislativo, invece, fornisce informazioni sulla natura stessa dei fanghi di depurazione

  1. fermo restando la disciplina di cui al decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 99, i fanghi derivanti dal trattamento delle acque reflue sono sottoposti alla disciplina dei rifiuti, ove applicabile. I fanghi devono essere riutilizzati ogni qualvolta il loro reimpiego risulti appropriato;
  2. è vietato lo smaltimento dei fanghi nelle acque superficiali dolci e salmastre.

Come puoi leggere, questo articolo ci dice due cose importantissime. La prima, è che i fanghi di depurazione vanno trattati come rifiuti (classificato come R10), e la seconda è che, per questo, non possono essere smaltiti nei corsi d’acqua, ma attraverso procedure specifiche. 

Per essere utilizzati o smaltiti, i fanghi di depurazione devono subire un processo di trattamento. 

Trattamento dei fanghi di depurazione

Il già citato articolo 2 del Decreto Legislativo 99/1992 contiene anche una definizione di fanghi trattati:

“I fanghi sottoposti a trattamento biologico, chimico o termico, a deposito a lungo termine ovvero ad altro opportuno procedimento, in modo da ridurre in maniera rilevante il loro potere fermentescibile e gli inconvenienti sanitari della loro utilizzazione”

Semplificando, i fanghi vengono sottoposti a trattamento per contenere o eliminare i possibili effetti igienico sanitari

In effetti essi contengono sostanze tossiche, compresi metalli pesanti, che se non rimossi rendono impossibile il loro impiego.

Il trattamento dei fanghi di depurazione è un’operazione molto complessa e costosa. 

Come avviene il trattamento dei fanghi di depurazione? 

Generalmente il trattamento dei fanghi di depurazione avviene attraverso queste tecniche: 

  • ispessimento: è il processo finalizzato a una preliminare riduzione del contenuto di acqua dei fanghi;
  • digestione anaerobica: consiste nella riduzione delle sostanze organiche e l’eventuale recupero di energia da biogas;
  • disidratazione: processo che mira a ridurre al minimo la presenza di acqua nei fanghi, col principale obiettivo di ridurre i costi di trasporto e smaltimento;
  • essiccamento: sfrutta il calore per far evaporare l’acqua presente nei fanghi di depurazione. 

Una volta trattati, i fanghi di depurazione nel nostro Paese possono essere recuperati o smaltiti. 

Recupero e smaltimento dei fanghi di depurazione

Secondo le normative vigenti in Italia, i fanghi di depurazione che hanno subito un adeguato trattamento, hanno due destinazioni

  1. recupero, per produrre energia o nel settore agricolo;
  2. smaltimento, in discarica o in inceneritore. 

Secondo i dati forniti dall’Autorità per l’energia elettrica, il gas e il sistema idrico, la gran parte dei fanghi di depurazione trattati vengono recuperati (circa il 74%), mentre la restante parte viene destinata allo smaltimento. 

fanghi di depurazione destinazione

Con smaltimento si intende l’avvio dei fanghi di depurazione in discarica oppure in un inceneritore, senza recupero di energia elettrica. 

Con recupero, invece, ci si riferisce a due grandi filoni

  1. conferimento in termovalorizzatori, con recupero quindi di energia elettrica;
  2. spandimento sul terreno, ovvero l’impiego come fertilizzanti in agricoltura. 

Sempre stando ai dati della AEEGSI, le modalità di recupero più diffuse sono proprio lo spandimento sul terreno (38%) e la produzione di compost (46%), mentre solo il 6% dei fanghi recuperati vengono destinati alla termovalorizzazione

modalità di recupero fanghi di depurazione

Conclusioni

La gestione dei fanghi di depurazione è molto complessa. Secondo gli esperti e gli operatori del settore, infatti, necessita di un aggiornamento normativo e di un’evoluzione nel loro trattamento, soprattutto nelle destinazioni d’uso, come avviene in altri Paesi Europei. 

L’obiettivo è ridurre i costi e migliorare la resa economica e ambientale.