Quando si parla di amniocentesi e villocentesi spesso si tende a basare le proprie argomentazioni su luoghi comuni o informazioni parziali, e questo può generare paura, soprattutto nelle donne in gravidanza.

Una corretta informazione è fondamentale quando si tratta di salute, perché un paziente non deve solo seguire le indicazioni del proprio medico in modo passivo, deve essere messo al corrente della situazione in modo chiaro.

La gestazione è un periodo pieno di ansie e preoccupazioni, soprattutto nelle primipare, ovvero nelle donne alla prima gravidanza.

In questo articolo cercheremo di spiegare, in modo semplice, cosa sono l’amniocentesi e la villocentesi.

Cos’è l’amniocentesi

L’amniocentesi è un test di diagnosi prenatale, invasivo e ampiamente diffuso in tutto il mondo.

Nel corso di più di un secolo dalle sue prime applicazioni, la scienza medica ha fatto passi da gigante, rendendo questa procedura molto più sicura di quanto non fosse in passato.

In effetti, in seguito all’introduzione degli ultrasuoni negli anni ‘70 ha consentito di effettuare l’amniocentesi in modo molto più preciso e sicuro, perché si riusciva a individuare in modo efficace il punto in cui inserire l’ago.

In questo caso si parla di prelievo ecoguidato.

Successivamente, ancora una volta grazie ai progressi della tecnica, è stato introdotto il prelievo ecomonitorato, che consente di visualizzare in modo costante il feto, la placenta, e di guidare l’inserimento dell’ago.

Oggi le controindicazioni e i rischi legati all’amniocentesi sono molto ridotti, ma resta un esame invasivo da approcciare in modo adeguato e con la giusta esperienza da parte di chi la effettua.

Come si effettua l’amniocentesi

L’amniocentesi, come suggerisce il nome stesso della procedura, consiste nel prelievo di un campione di liquido amniotico, che contiene il corredo genetico del bambino.

Come si procede?

Una volta individuato, grazie all’ecografia, il punto in cui inserire l’ago, si procede con l’aspirazione del liquido amniotico.

Per evitare possibili contaminazioni del fluido con cellule materne, si rimuove una piccola quantità di liquido prelevato, solitamente circa 0,5 cc.

Anche se ormai le complicanze sono molto rare, l’amniocentesi resta un esame diagnostico invasivo, ecco perché si tende a informare in modo adeguato i futuri genitori sui rischi a esso connessi, materni e fetali.

Quando fare l’amniocentesi

Come puoi immaginare, è il ginecologo a valutare l’opportunità o meno di prescrivere l’amniocentesi, in base alle condizioni della donna incinta.

Ad esempio, in presenza di rischio procreativo o fetale, prevedibili in anticipo o riscontrate in corso.

Rientrano in queste due fattispecie l’età avanzata della madre (uguale o maggiore di 35 anni), genitore portatore di anomalie cromosomiche o mutazioni genetiche, malformazioni fetali individuate con esame ecografico, infezioni in corso durante la gravidanza.

L’amniocentesi viene svolta in periodi differenti a seconda delle indicazioni specifiche del ginecologo, solitamente in queste tre epoche:

  1. amniocentesi precoce o precocissima, eseguita tra la 10a e 14a settimana;
  2. amniocentesi del II trimestre, eseguita tra la 15a e 20a settimana;
  3. amniocentesi tardiva (late amniocentesis) eseguita oltre la 24a settimana.

In ogni caso, è necessario fornire informazioni adeguate ai genitori del bambino, in modo da guidarli verso una scelta non facile.

Cos’è la villocentesi

Meno nota dell’amniocentesi, la villocentesi è anch’essa un esame invasivo finalizzato all’analisi del corredo cromosomico del futuro nascituro, in modo da diagnosticare eventuali anomalie congenite, come la sindrome di Down, o malattie genetiche, come la talassemia.

Mentre l’amniocentesi prevede il prelievo di liquido amniotico, con la villocentesi si punta all’estrazione di una piccola quantità di villi coriali.

Cosa sono i villi coriali?

I villi coriali sono elementi presenti nella placenta, derivanti dall’ovulo fecondato, che contengono informazioni sul patrimonio genetico dell’embrione, quindi del feto.

Quando si effettua la villocentesi

La villocentesi può essere eseguita un po’ prima rispetto all’amniocentesi, ovvero intorno alla 10a e 13a settimana di gravidanza, più o meno tra il secondo e il terzo mese.

La possibilità di effettuare il test in una fase iniziale della gravidanza è uno dei vantaggi della villocentesi, che resta comunque un test di diagnosi prenatale invasivo.

In ogni caso, sarà il ginecologo a valutare come procedere.

Solitamente si consiglia la villocentesi a donne di età superiore ai 35 anni, a chi ha un precedente figlio affetto da malattia cromosomica, in presenza di un genitore o un familiare portatori di malattie genetiche.

Come si effettua la villocentesi

Come anticipato, la villocentesi prevede il prelievo dei villi coriali presenti nella placenta, e non nel liquido amniotico.

Come si procede?

Si utilizza anche in questo caso un ago molto sottile da inserire attraverso l’addome materno, fino a raggiungere la placenta in formazione.

Questo accesso si chiama trans-addominale.

In alcuni casi, più rari, si procede per via vaginale, inserendo quindi un tubicino attraverso la vagina e il canale cervicale, per accedere all’utero e alla placenta.

Questo accesso si chiama, invece, trans-cervicale.

A scegliere quale approccio utilizzare è il tecnico che dovrà svolgere l’esame, valutando caso per caso.

Conclusioni

Speriamo di averti fornito alcune informazioni utili, e di aver chiarito in cosa consiste l’amniocentesi e la villocentesi.

Affidati a un ginecologo abile e coscienzioso, e, laddove dovessi sottoporti a uno di questi test di diagnosi prenatale, rivolgiti solo ed esclusivamente a centri con comprovata esperienza pluriennale in questo tipo di procedure.

L’esperienza dell’operatore, infatti, è un fattore di grandissima importanza quando si tratta di amniocentesi e villocentesi.